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Dal 16 al 22 settembre c’è la Settimana Europea della Mobilità Sostenibile.


Anche quest’anno, dal 16 al 22 settembre, è in programma la manifestazione europea dedicata alla mobilità sostenibile, partita nel 2002. Le adesioni sono arrivate da parte di città, province e regioni di tutta Europa. Oltre che come “semplice” cittadino, ho partecipato più volte ad iniziative nell’ambito della Settimana Europea della Mobilità in qualità di relatore in seminari o webinar ed incontri con i cittadini.

Questo appuntamento internazionale ha l’obiettivo di incoraggiare i cittadini all’utilizzo di mezzi di trasporto alternativi all’auto privata per gli spostamenti quotidiani: a piedi, in bicicletta, o con mezzi pubblici. Sono modalità di trasporto sostenibile che, soprattutto per chi vive in città, oltre a ridurre le emissioni di gas climalteranti, l’inquinamento acustico e la congestione, possono giocare un ruolo importante per il benessere fisico e mentale di tutti.

Diminuendo e migliorando le modalità di spostamento a livello locale, le città europee possono migliorare il bilancio energetico e le prestazioni ambientali del sistema dei trasporti e allo stesso tempo rendere la vita nelle città più sana e sicura, riducendo gli effetti negativi del traffico stradale e diminuendo il numero degli incidenti. Il contesto urbano, infatti, rappresenta una grande sfida per la sostenibilità in Europa, e la settimana Europea della Mobilità Sostenibile, contribuendo a sensibilizzare i cittadini e gli amministratori, è un chiaro esempio di come le iniziative a livello europeo possano incoraggiare e agevolare l’azione a livello locale.

Anche quest’anno il tema specifico scelto dalla Comunità Europea pone l’attenzione su quello che possono fare i cittadini per migliorare la qualità della vita attraverso le scelte di mobilità. Dobbiamo tener presente che tutti noi abbiamo un ruolo da svolgere, e che anche piccoli cambiamenti, come ad esempio andare al lavoro a piedi, in bici o con il trasporto pubblico (invece di usare l’auto), possono migliorare la qualità della nostra vita.

Molte città italiane partecipano peraltro a questa iniziativa, puntando magari a replicare il successo di Bologna, città vincitrice dell’edizione 2011.

Anche quest’anno ho voluto lanciare alcuni minisondaggi su Linkedin, per capire quali sono percezioni e orientamenti di persone ed organizzazioni in merito ad alcuni temi di rilievo.

Nello specifico, ho voluto sondare nuovamente che aria tira in merito allo smart working, rilevando che tanto i lavoratori quanto le imprese sono in maggioranza a favore di una soluzione ibrida, con 2-3 giorni a settimana di presenza in ufficio. E devo dire che la cosa mi trova d’accordo, mi sembra il giusto compromesso tra la necessità di mantenere un contatto stretto con i colleghi e l’opportunità di migliorare il benessere di ciascuno, intervenendo sulla flessibilità dei tempi e dei luoghi di lavoro.

Qui di seguito trovate il confronto tra i numeri del 2022 e quelli del 2021.

Leggendo i numeri si possono fare diverse considerazioni, ecco le mie:

1 – Aspetto trasportistico: mediamente si conferma, dopo la pandemia, l’approccio delle aziende verso una richiesta di presenza “ibrida” per i lavoratori che possono lavorare in smart working. All’incirca, questi lavoratori (che peraltro sono solo una parte minoritaria del totale degli occupati) riducono del 50% i loro spostamenti settimanali, con l’effetto di alleggerire la congestione stradale nelle ore di punta.

2 – Aspetto ambientale: è una diretta conseguenza del punto precedente. Le minori percorrenze effettuate per andare al lavoro in presenza comportano una certa riduzione delle emissioni nocive in atmosfera (CO2, PM10, NOx, ecc.). Non facile da stimare, ma comunque benefica.

3 – Aspetto personale: anche se aumenta la quota di chi, potendo, lavorerebbe prevalentemente da casa, circa il 70% delle persone sceglierebbe comunque di lavorare in presenza almeno 2 gg a settimana.

4 – Aspetto organizzativo: le aziende che si irrigidiscono sulla richiesta di una presenza assidua (4-5 gg/sett.) “scontentano” potenzialmente il 90% dei loro stessi lavoratori (somma delle percentuali di chi lavorerebbe in presenza al massimo 3 gg/sett), con evidente rischio di perderli a favore di concorrenti più flessibili.

5 – Infine, aspetto socio-economico. Nelle città la minor presenza degli smart workers rispetto al periodo pre-pandemico comporta un calo di introiti per le attività commerciali operanti proprio sull’indotto dato dalla presenza degli stessi lavoratori (e penso in primis alla ristorazione). Questo aspetto viene spesso citato per sostenere la tesi che lo smart working abbia un effetto economico negativo. Da parte mia, osservo però che lo smart working produce – è vero – meno presenze nelle grandi città da parte dei lavoratori dei servizi, ma d’altra parte fa aumentare la presenza di queste persone nei luoghi in cui vivono. E questa maggior presenza può portare un beneficio economico proprio in questi luoghi. Si hanno cioè due variazioni economiche di segno opposto, che si manifestano in luoghi diversi. Difficile dire quale prevalga, sarà anzi interessante studiare con cura il fenomeno.

In ogni caso, il mio invito a tutti è di considerare la complessità di questo fenomeno per studiarne attentamente gli effetti e cercare quindi di governarlo con criterio, senza fare l’errore di cadere in ragionamenti superficiali e conclusioni sbagliate e sbrigative. 

Il dibattito su tutto quanto sopra è assolutamente aperto, e lo sarà ancor di più nei mesi e negli anni a venire, alimentato non solo dai nuovi orientamenti in materia di organizzazione delle città e dei luoghi di lavoro, ma anche dalle sempre più urgenti problematiche legate al clima, che meritano azioni decise e su vasta scala. E su questo, occorre che tutti ne prendiamo coscienza e ci diamo da fare sul serio.