Psicologia del traffico e della sicurezza viaria: il contributo ed il libro di Sabino Cannone

Questo articolo è stato pubblicato sul  numero 3/2010 della rivista TRAS – Trasporti Ambiente Sicurezza, (qui il pdf) periodico bimestrale tecnico-scientifico per la sicurezza dei trasporti.

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La guida di un veicolo richiede attenzione, concentrazione e capacità di dominare le emozioni. La sfera razionale e quella emotiva di ogni guidatore sono quindi sollecitate in modo intenso e continuo, e rivestono notevole importanza nella sicurezza della marcia. La psicologia è dunque fondamentale nella ricerca della sicurezza stradale. Incontriamo oggi il dottor Sabino Cannone, esperto del settore e membro della Commissione “Psicologia scolastica e viaria”, istituita all’interno dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Il dott. Cannone ci parla della sua esperienza nel campo della psicologia della sicurezza viaria.

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Cos’è la Psicologia del Traffico? Quali sono i suoi campi ed i suoi metodi di applicazione?

La psicologia del traffico studia il comportamento alla guida e tutti gli effetti ad esso collegati. La guida fa parte di un sistema complesso, non si può analizzare il comportamento alla guida senza tener conto del “sistema traffico” nella sua totalità; fanno parte di questo sistema diversi fattori: l’interazione tra gli utenti della strada; le strutture (strade, segnaletica, ecc.); le leggi; i veicoli e la loro progettazione (ergonomia); le caratteristiche individuali, ecc.

La comprensione del comportamento ed il tentativo di influenzarlo in modo positivo, non può prescindere dalla collaborazione con altre figure che lavorano nell’ambito del traffico e che si occupano in diversa misura della progettazione di veicoli, della legiferazione, della progettazione e costruzione delle strade, della segnaletica, del livello politico, ecc.  Il sapere psicologico deve lavorare in modo interdisciplinare, trasmettendo conoscenze sul comportamento umano utili ad altre figure che operano in questo settore.

In quest’ottica possiamo individuare molteplici campi di intervento della psicologia del traffico:

  • Attività diagnostica in tutti i settori del trasporto
  • Driver improvement
  • Riabilitazione e terapia
  • Ergonomia e consulenza; progettazione/valutazione veicoli e infrastrutture
  • Educazione stradale
  • Consulenza nello sviluppo di leggi
  • Campagne di marketing e prevenzione
  • Consulenze per politici e tecnici del traffico
  • Istruzione in corsi universitari; formazione esperti del traffico di altre discipline
  • Sviluppo interventi di sicurezza stradale e mobilità
  • Valutazione efficacia interventi di sicurezza stradale e mobilità
  • Perizie e consulenze (es. dopo incidenti, in ambito giudiziale, ecc.)
  • Programmi “train the trainer” (scuole guida, polizia, ecc.).

Per quanto riguarda i metodi di applicazione, l’idea di base è che non esistano teorie universali che possano spiegare il comportamento in tutte le situazioni, bensì modelli che secondo l’argomento di studio si adattano meglio all’analisi della situazione e ne costituiscono la base teorica più consona sia per la spiegazione sia per gli interventi da attuare.

Come entra la psicologia del traffico nei programmi di educazione stradale? In cosa consiste il progetto realizzato per la Provincia di Belluno?

Quando si passa dall’informazione alla formazione, l’intervento dello psicologo del traffico, quale specialista del “fattore umano”, risulta imprescindibile, se si vuole mirare ad un cambio degli atteggiamenti alla guida. C’è comunque un passaggio dall’atteggiamento all’effettivo comportamento, in cui intervengono altre variabili oltre a quella soggettiva e di cui è importante tenere conto.

Il Progetto realizzato per la Provincia di Belluno, frutto di un lungo lavoro di progettazione svolto insieme al collega Giuseppe Grasso ed implementato con la collaborazione dell’attore Gianni Lamanna, costituisce una proposta nuova, come contenuti e come metodologia, quella della lezione-spettacolo, nel variegato panorama dell’educazione stradale in Italia. In estrema sintesi, l’educazione stradale da noi proposta è l’educazione ad una civile convivenza, dentro e fuori la scuola, così come nei rapporti tra gli esseri umani e l’ambiente che li ospita. Quindi, sicurezza stradale e mobilità sostenibile, trattate alla pari. In essa, il concetto di sicurezza non è inteso come l’individuazione di un nemico da eliminare; bensì come  condivisione. La strada come spazio condiviso, in questo in perfetta sintonia con l’idea di Hans Mondermann di “Shared Space”.

Considero la tematica stradale come una splendida metafora delle relazioni umane in generale. Dall’esperienza di Belluno è stato realizzato un video, il cui senso consiste nel fornire una documentazione, per quanto parziale e frammentaria, del nostro metodo e del clima emotivo che abbiamo instaurato con i ragazzi e che è ora possibile vedere su you tube (titolo: La patente interna-emozioni alla guida, guidare le emozioni). Tra non molto sarà inoltre completato il libro che sto scrivendo sull’esperienza di Belluno, sviluppando i contenuti originali che lì erano stati solo accennati.

Come rientra la psicologia della sicurezza viaria nella stima degli impatti di una nuova infrastruttura?

Rientra in modo “tecnico”, integrando le conoscenze tecniche dell’ingegnere del traffico o dell’architetto urbanista; ma rientra anche in modo “ermeneutico”, cioè decifrandone il significato per valutarne la coerenza con il contesto simbolico di riferimento. Non dimentichiamoci che una volta realizzate le nuove infrastrutture, chi ne usufruirà saranno pur sempre degli esseri umani. Nella realtà dell’ambiente stradale convivono due universi: quello probabilistico/ingegneristico, orientato alla massima funzionalità ed efficienza e quello sociale/relazionale, orientato alla ricerca di senso. Esiste un “cosa fare” ed un “perché fare una data cosa”.

Un’infrastruttura è comunque anche un oggetto simbolico, che veicola con la sua stessa presenza delle informazioni su sé stessa, sul suo contesto culturale e simbolico di riferimento ed il senso del suo essere lì. L’esempio delle rotatorie è illuminante. Se fatte bene, sono indubbiamente molto utili ed efficaci nel fluidificare il traffico e nel diminuire il numero di incidenti e la loro gravità. Ma bisogna capire che spesso non c’è coerenza tra il significato simbolico, orizzontale – cioè di comunicazione diretta e paritetica tra gli automobilisti – delle rotatorie ed il significato simbolico, verticale – cioè un rapporto gerarchico tra l’istituzione ed il singolo automobilista – del resto delle infrastrutture, a cominciare dai semafori.  L’effetto che ne risulta è molto simile, secondo me, a quello di una parola straniera inserita nella propria lingua.

Sicurezza stradale, numero di morti e feriti, incidenti più o meno gravi. Concetti e numeri continuamente diffusi su tutti i mezzi di comunicazione, per informare e sensibilizzare – giustamente – i cittadini sui pericoli della strada. I rimedi sono tanti e diversificati, variamente messi in campo nel corso degli anni (miglioramento dei veicoli, imposizione di divieti e vincoli, ecc.). Sulle strade però i rischi ed i pericoli restano. Occorre iniziare a ragionare considerando anche il comportamento degli automobilisti, ed il loro “approccio” alla guida.

Si parla della sicurezza stradale nei termini della riduzione/eliminazione degli incidenti stradali. La sicurezza stradale verrà realizzata compiutamente quando si arriverà al dato statistico “incidenti e morti o feriti: zero!”. E’ il concetto di “vision zero” che sta spopolando nel nord Europa, Svizzera compresa. Ma della qualità non si parla. Che tipo di vita si vive, a prescindere dall’incidente? Il discrimine non può essere semplicemente tra un prima ed un dopo l’incidente. Il fulcro del nostro interesse non può essere l’incidente, ma la qualità della vita del singolo e della collettività. Il problema è dato dal fatto che le statistiche misurano solo gli incidenti e non ci dicono niente di ciò che avviene al di sotto di questa soglia, del quasi-incidente; della circolarità che può essere viziosa o virtuosa dei gesti compiuti durante la guida, gesti che si propongano per imitazione; dell’inquinamento emotivo immesso nel sistema durante la guida; oppure dell’acquisizione di una capacità di trasformazione dello stress della guida nel traffico in un’occasione di crescita individuale e collettiva; del valore aggiunto, in termini di manutenzione e benessere delle relazioni sociali, che alla fine di una giornata è stato creato, oppure no.

Muoversi in una rete stradale, interagendo di continuo con altre persone, ognuna all’interno di un veicolo comandato meccanicamente. Variabilità repentina delle condizioni al contorno. Una continua gestione delle informazioni che arrivano. La reazione di chi guida deve essere fredda e razionale: non proprio un compito facile…

Quella dell’ambiente strada è la migliore immagine che io conosca – la metafora stessa – del concetto di complessità, quindi imprevedibile per definizione. Questo perché le variabili in gioco sono davvero tante, troppe per poterle tenere tutte sotto controllo e soprattutto per tenere sotto controllo la loro interazione. Questa è la strada: un ambiente ibrido, umano e non umano allo stesso tempo. Un concetto che il sociologo John Urry, nella sua relazione “Inhabiting the Car” (Unesco International Conference, Universidade Candido Mendes, Rio de Janeiro, May 2000), esemplifica con l’espressione “automobility”, condensando in essa sia un aspetto di libertà ed autonomia, sia un aspetto di coercizione ed automatismo.

A quale conclusione si arriva ragionando da un punto di vista “psicologico”?

Lo psicoterapeuta che vive in me si interroga sul senso di tutto ciò che chiamiamo “sicurezza stradale”. Essa è, né più né meno, che una parola feticcio. Ci si riempie la bocca con essa, soprattutto i politici, ma non significa niente. E’ un’entità statistica. Non sto parlando delle vittime della strada – a qualsiasi titolo – quelle sono entità concrete, persone in carne ed ossa che hanno tutto il mio rispetto e la mia umana solidarietà; mi riferisco proprio al concetto di sicurezza stradale. Sicurezza per chi? Il termine sicurezza deriva dal latino “sine-cura”, cioè “assenza di cura”, “senza problemi”, “non me ne devo curare”. Il concetto di Sicurezza è pericoloso per il vivere civile, oltre che fumoso ed aleatorio, perché spinge nella direzione del conformismo e della de-responsabilizzazione. La Sicurezza si pone come Salvatore della povera Vittima dalla nefasta influenza del Persecutore (incidente).

Ma la vera vittima sono le potenzialità di crescita dell’individuo e della collettività. La vera vittima è l’attenzione verso la virtuosità, vero motore della sicurezza. La vera vittima è il punto di vista della persona, alla quale non interessano le statistiche, che invece interessano alle istituzioni. Alla singola persona interessa l’aspetto umano e non quello ingegneristico del suo muoversi nel traffico. Interessa ciò che può scoprire e non ciò che deve evitare. Al singolo interessa e conviene coltivare la virtù e non la sicurezza. Alla sicurezza deve pensare l’istituzione, ma non, come solitamente avviene, facendo in modo da porlo in capo di nuovo al singolo. Questo corto-circuito, al di là della sua immoralità, non funziona!

Si perviene quindi alla definizione di un progetto operativo per intervenire ed affrontare la questione con efficacia. Di cosa si tratta?

Partendo dalle considerazioni fatte, sono arrivato ad elaborare il progetto “La via della guida”, (tra poco uscirà anche un libro, con lo stesso titolo) per proporre un cambiamento di paradigma dalla sicurezza alla virtù, dal guidatore sicuro al guidatore virtuoso. La sicurezza è per me un effetto secondario della virtù. Come per il tiro con l’arco, Zen: se anziché mirare all’obiettivo, ti identifichi con esso, allora la freccia lo raggiungerà da sola. Una componente importante delle cause della sicurezza è… la condivisione. Il “sistema stradale” è più sicuro se io sento che quella strada è anche mia, è anche la mia strada.

La via della guida è: un progetto politico (non partitico) di democrazia dal basso; un’ attività di volontariato; psicologia applicata; una proposta eticamente connotata; mobilità sostenibile; attenzione all’ambiente esterno/interiore; una nuova arte marziale.

E’ importante, ad esempio, disporsi con un assetto di centratura alla guida, o sviluppare l’intuizione, per anticipare i possibili sviluppi di una situazione potenzialmente pericolosa, ed in questo le arti marziali – o lo Yoga – possono essere molto utili. Ma non solo. Il riferimento alle arti marziali è pertinente anche perché da loro è possibile acquisire una competenza circa una certa cerimonialità ed auto-controllo alla guida.

Quali sono le caratteristiche ed i punti di forza del progetto?

Il concetto di forza è già implicito nella radice latina e prima ancora sanscrita della parola virtù: “vir”, cioè forza.

Forte non è chi reagisce alle inevitabili e continue provocazioni che incontra alla guida di un mezzo, ma chi non reagisce, passando da un atteggiamento reattivo ad uno proattivo, andando cioè per la propria strada senza dipendere dal comportamento degli altri. Mi riferisco ad una virtù eticamente orientata, ma senza moralismo.

Il progetto si struttura nella forma del “workshop”. In esso i partecipanti, privati o personale di aziende, possono allenarsi, come in una palestra, alla gestione virtuosa e consapevole della propria guida nel traffico, per farla diventare un’occasione di crescita personale e collettiva. Sono previsti workshops per una prima conoscenza generale del metodo e dei contenuti proposti e workshops tematici di approfondimento. In gruppo, verranno proposti esercizi yoga specifici per la guida, tecniche di respirazione, esercitazioni, discussioni, esperienze personali, input teorici. A differenza di ciò che avviene negli altri corsi, questi corsi – che potrei chiamare di “guida virtuosa” – prendono in considerazione anche il lato sociale e relazionale dell’attività di guida, dei messaggi – coerenti o non coerenti – che il contesto manda, e non solo quello del singolo, della sua “sicurezza”. Per arrivare alla costituzione di una Comunità dei Guidatori Virtuosi.

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Presentazione del libro “La via della guida”

La via della guida

Questo libro offre un punto di vista inconsueto, all’interno di una disciplina, quella della psicologia del traffico, a sua volta inconsueta, perché ancora giovane e poco conosciuta, almeno in Italia.

Un punto di vista che vuole rimanere scientifico pur mantenendo un respiro riflessivo, senza cedere alla rassicurante tentazione del tecnicismo. Dà certamente qualche risposta, ma soprattutto pone molte domande. Vuole aprire ad una discussione, anziché chiuderla con una più o meno adeguata risposta.

E’ una proposta sfaccettata e letteralmente ambigua, rivolta cioè contemporaneamente all’individuo ed alla collettività, in una circolarità virtuosa di reciproco arricchimento.

Prende in considerazione un’ attività in gran parte fondata su automatismi mentali ed emotivi, quale è la guida nel traffico viabilistico quotidiano e sfruttando la notevole energia presente nell’ambiente stradale, arriva a trasformare quella stessa energia, percepita fino a quel momento solamente come esperienza stressante, in un’occasione potente per la propria crescita personale e per quella della collettività. In che modo?

Dal punto di vista del singolo, trasformando un qualsiasi spostamento in un vero e proprio viaggio, pratico ma anche metaforico, esteriore ed interiore, alla ricerca della conoscenza di sé.

Mentre dal punto di vista della crescita collettiva, si propone il passaggio da una prospettiva individualistica e verticale, inevitabilmente contrassegnata dalla compiacenza nel rapporto tra il singolo utente della strada e l’autorità – dove gli altri utenti sono percepiti alla stregua di concorrenti – ad un prospettiva orizzontale, comunitaria, dove gli altri utenti sono percepiti quali compagni di strada.

Forse l’elemento che maggiormente connota questo libro per la sua originalità è la prospettiva sistemica che la orienta.

Fino ad ora chi si è occupato a vario titolo di sicurezza stradale, lo ha fatto sempre partendo dalla prospettiva del singolo guidatore. Il famoso triangolo: strada-veicolo- guidatore, ci dice già tutto rispetto a quale prospettiva ci si sta riferendo. La prospettiva del singolo guidatore. E’ mancato sino ad ora qualcosa di simile al corrispettivo delle infrastrutture; è mancata la proposta di una infrastruttura affettiva, emozionale, relazionale tra i guidatori. Tale prospettiva in psicologia ha un nome ed è appunto quello di psicologia sistemica: “il tutto è qualcosa di più e di diverso della somma delle sue parti.”.

Quindi l’ambiente stradale come sistema, composto non soltanto di persone, mezzi e infrastrutture, ma anche di “relazioni” tra le proprie componenti ed all’interno di ciascuna di esse.

Il contesto, cioè l’ ambiente stradale, si configura come una vera e propria “matrice relazionale”, in grado di influenzare essa stessa i comportamenti degli individui presenti al proprio interno; in grado cioè di attivare, a seconda dei casi, sia circolarità viziose che circolarità virtuose nei comportamenti dei singoli alla guida.

E chi è deputato a gestire il contesto? La gestione del contesto, dell’ambiente stradale come sistema, spetta al politico. E’ comodo per il politico responsabilizzare unicamente il singolo dei suoi comportamenti alla guida, è conveniente elettoralmente ed economicamente. Ma cosa succede invece quando introduciamo la prospettiva sistemica? Succede un fatto, per molti ritenuto paradossale, ma non per questo meno vero: succede che introducendo un feed-back rispetto alle decisioni da esso prese, il politico risulta responsabile del modo di guidare dei suoi concittadini.

Deve essere chiaro che il guidare – un mezzo qualsiasi, anche i propri piedi – non è solo un fatto privato, è anche un fatto pubblico. E’ un atto politico, nel senso che riguarda la Polis, il luogo del vivere sociale, civico e civile.

Dimmi come guidi e ti dirò chi sei…. e dove sei! Guidiamo, senza rendercene conto, con l’accento stradale del luogo.

La via della guida è: un progetto politico (non partitico) di democrazia dal basso, un’ attività di volontariato, psicologia applicata, una proposta eticamente connotata, mobilità sostenibile, attenzione all’ambiente esterno/interiore, una nuova arte marziale, etc.

Sabino Cannone

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Sabino Cannone lavora nel campo della psicologia del traffico dal 1993. Quanto esposto nel libro “LA VIA DELLA GUIDA” è il frutto di una ormai quasi ventennale esperienza di lavoro essenzialmente nell’ambito dell’Educazione stradale (nelle scuole) e della formazione formatori (insegnanti di teoria ed istruttori di guida delle autoscuole, polizia stradale, etc.). E’ Co-autore e co-curatore del libro: Psicologia e scuola – Forme di intervento e prospettive future. Erickson Editore, 2009. In contemporanea all’uscita del libro, “LA VIA DELLA GUIDA”, conduce corsi per “Virtuous drivers”, dando la possibilità a chi fosse interessato (privati e aziende) di approfondire dal punto di vista esperienziale le tematiche di cui si teorizza nel libro).

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il blog che ha dedicato a questo progetto: laviadellaguida.blogspot.com.

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